In questa pagina sono raccolte alcune testimonianze (in forma integrale) di partecipanti ai programmi di studio all'estero con Intercultura. Alcuni ragazzi trentini partiti per le destinazioni più disparate hanno voluto raccontare le proprie esperienze per trasmettere un po' di quanto hanno vissuto nel loro periodo all'estero. Utili tanto per chi è indeciso su quale programma scegliere quanto a chi è solo incuriosito dai nostri programmi.
estratti dal diario di Francesca Nesler (programma annuale Cina 2006-2007)
La sera, su invito del fratello di DanYang (il mio papà cinese), siamo andati fuori a cena per celebrare il Middle Autumn Day. Ho mangiato benissimo; ci hanno pure portato un piatto offerto dal ristorante per me "ospite straniero". Ovviamente durante tutta la cena hanno continuato ad alzarsi per brindare, come sono soliti fare.
Dopo cena è stata ufficialmente aperta la gara a chi faceva più foto, o almeno io l'ho interpretata così, perché non so spiegarmi altrimenti le migliaia di flash che sono scattati in quelle due ore. Tutti volevano fare foto con me. Nonostante fosse un po' strano, è stato divertente. Io non sono stata da meno e ho sfoderato la mia digitale. Finito il set fotografico ci siamo salutati. Io, Dan e Yuan (la mia sorellina cinese) siamo tornati a casa a piedi. La passeggiata è stata molto piacevole, sia perché abbiamo aiutato la digestione (il che era assolutamente necessario, vista la quantità di cibo che ci hanno servito!), sia perché ci siamo fermati in una piazzetta ad ascoltare dei suonatori di erhu (二胡, uno strumento tradizionale cinese). Bello! Poi a casa e tutti a letto.
Ho appena finito una conversazione incredibile con Lily (la mia mamma cinese). In poche parole: ultimamente mi sono accorta che nel nostro appartamento mancano i caloriferi e qualsiasi altro tipo di riscaldamento. Fino a poco tempo fa non ci avevo fatto assolutamente caso, perché faceva bello caldo, ma ora che le temperature stanno diminuendo ho cominciato a pormi il problema. Fatto sta che le ho chiesto "Ma come si fa a riscaldare la casa d'inverno?" e lei mi ha spiegato che, poiché la Cina è sterminata, è impossibile che tutte le case vengano riscaldate durante la stagione fredda, quindi agli abitanti a sud del Fiume Giallo non è dato questo privilegio. In parole povere, nella nostra città, che è all'incirca alla latitudine di Trento, non vi è la possibilità di riscaldare le abitazioni. All'inizio credevo fosse uno scherzo e mi sono messa a ridere; poi l'ho vista molto seria e ad un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito moltissimo: "Devi essere forte nel cuore e nello spirito per superare l'inverno"!
Giovedì scorso ho avuto la mia prima lezione di cinese a scuola! Ebbene sì, ho finalmente conosciuto il mio professore di cinese: il professor Liu. Quando mi sono alzata la mattina Lily mi ha detto: "Oggi hai la prima lezione di cinese, ha appena telefonato Dan per avvisare". Ero un po' agitata, non me l'aspettavo proprio! Così, con un misto di curiosità e di timore, ho finito la colazione e sono montata sulla mia bici color verde acido diretta verso la scuola.
Abbiamo cominciato la lezione e mi è venuto il panico: che suoni assurdi, che pronunce assurde, che lingua assurda! Beh, forza e coraggio, se mi ci metto con impegno ci posso riuscire, credo! Ci devo riuscire!!!
È arrivata la nipote del professore di musica e mi ha detto "Now it's your turn". Io ero in uno stato misto tra il sorpreso-rilassato-agitato, insomma, non so bene nemmeno io come mi sentivo. Fatto sta che mi sono seduta e lui mi ha portato l'二胡 (erhu). A gesti mi ha spiegato un po' come tenerlo e come suonare. Poi mi ha dato un esercizio da fare , mentre lui mi preparava delle note scritte su di un rigo musicale.
Dopo un'oretta è arrivato Dan e ho scoperto che ci fermavamo a cena. Finita la cena, è cominciato il momento delle esibizioni. Anan (il figlio del prof. di musica) ha suonato l'erhu con molta disinvoltura, come anche il professore. Poi mi hanno detto: "Bene, ora tocca a te!" Primo pensiero: "Questi sono pazzi", secondo pensiero: "È uno scherzo vero?!?!", terzo pensiero: "Oh cavoli, stanno davvero portando una sedia!", quarto pensiero: "scappaaaaaaaaa!", quinto pensiero: "troppo tardi!!". E così ho fatto due volte la scala dal do al do (quello che avevo imparato due ore prima in poche parole), poi mi sono alzata e ho fatto un inchino. Il prof. è scoppiato a ridere con quella sua risata piena, ma soprattutto contagiosa e in un attimo ci stavamo rotolando per terra dalle risate tutti quanti.
Qualche considerazione sulle vacanze appena trascorse: come previsto, siamo andati in campagna dai nonni cinesi. A parte il bagno (un buco per terra in uno stanzino di legno fuori dalla casa) a cui ho fatto un po' di difficoltà ad adattarmi, è stata un'esperienza positiva direi. Mi sono adattata agli orari, ai ritmi e alle abitudini campagnole. Certo, ci sono stati luuuunghi momenti in cui non c'era un granché da fare, ma ci sono stati anche momenti interessanti e belli. Tanto per cominciare, la sera del 17 febbraio abbiamo festeggiato il Capodanno cinese: abbiamo guardato tutti insieme alla TV il programma organizzato per la fine dell'anno e a mezzanotte ci siamo fatti gli auguri e abbiamo acceso i fuochi d'artificio. Ho anche ricevuto la "mancetta" di inizio anno: è loro usanza infatti che gli adulti diano ai giovani dei soldi come augurio per l'anno nuovo. Un altro giorno poi abbiamo preparato tutti insieme i tipici tortellini cinesi: i 饺子 (jiaozi). È stato divertente e la sera ce li siamo mangiati di gusto! Un pomeriggio invece siamo andati a raccogliere delle erbette selvatiche sui sentierini che dividono le risaie. Il paesaggio era davvero uno spettacolo.
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Potrei andare avanti all'infinito ad estrarre pezzi dal diario che ho scritto durante i dieci mesi trascorsi in Cina. Ultimamente mi rendo sempre più conto di quanti sia stato importante e "saggio" scrivere i miei pensieri e annotare le riflessioni. Ci sono un sacco di cose che probabilmente avrei già dimenticato; mentre sfogliando le pagine dei diari, queste riaffiorano subito e tornano vivide nella memoria. Qualche giorno fa, il 23 agosto [2008], a due anni esatti dalla mia partenza da Roma verso la grande Cina, mi sono trovata a riflettere un po' sul mio viaggio. Non ci sono parole per descrivere quello che ho vissuto; o meglio, si potrebbe parlarne per una vita intera. Tuttora, ripensandoci, mi emoziono. In questo momento invidio tutti gli studenti AFS che sono partiti da poco per vivere il loro anno in chissà quale parte del mondo, magari in Asia. Come me, scopriranno che non c'è niente di scontato e di sicuro quando ti trovi da solo in un paese così diverso. Si troveranno ad affrontare sicuramente momenti difficili, ma anche quelli sono parte integrante di questa esperienza. Anzi, sono forse proprio quelli che alla fine ti regalano di più e ti danno più soddisfazione. Riuscire ad affrontare i problemi con le sole proprie forze è forse la cosa che ti dà più grinta. Se ripenso ora alla Cina rivedo luoghi, ma soprattutto volti familiari: la mia famiglia cinese, la coppia di insegnanti americani che ho conosciuto e con cui ho condiviso momenti speciali, le persone che abitavano nel mio condominio... E non so quanto darei per poterli riabbracciare adesso.
Una delle cose che mi è piaciuta di più nell'anno che ho trascorso nel "paese di mezzo" è stata potermi mettere in gioco e avere la possibilità di far conoscere alle persone che mi stavano intorno una Francesca "ex novo". Cerco di spiegarmi meglio: le persone che ho incontrato non sapevano nulla di me, non avevano mai sentito parlare di me, non mi avevano mai visto prima e quindi io ho potuto comportarmi così come mi sentivo, senza farmi troppi problemi su cosa avrebbero pensato o detto. La consapevolezza di restare là solo un anno è stata una continua sollecitazione a dare il meglio di me e a vivere al meglio ogni istante. Anch'io ho avuto la possibilità di conoscermi in modo diverso, sia nel bene che nel male. Che dire, quando sono andata agli incontri pre-partenza organizzati da Intercultura ascoltavo i ragazzi tornati da poco, cercando di capire cosa volessero "passarci", ma è stato solo provando e vivendo la mia esperienza che sono riuscita a cogliere veramente le loro riflessioni. La Cina mi ha dato qualcosa di indescrivibile, ma che dico, molto più di qualcosa! La Cina mi ha regalato emozioni, persone, luoghi, pensieri, risate, lacrime... Mi vengono i brividi se penso che avrei potuto correre il rischio di non scoprire mai quel mondo. Per concludere, visto che l'emozione si sta impadronendo di me tuttora, vorrei citare una frase che mi diceva spesso June (l'insegnante americana) nel periodo immediatamente precedente il mio rientro in Italia: "Don't cry because it's over. Smile because it happened".
di Chiara Volani (programma annuale in Danimarca 2006-2007)
La preoccupazione di ogni genitore, di ogni parente e di ogni ragazzo, ma anche la citazione di una splendida canzone del musical Rent, che ha accompagnato momento dopo momento la mia esperienza all'estero in Danimarca.
Non si tratta, solamente, di trovarsi catapultati in una nuova realtà, a contatto con gente mai vista, così come può capitare ad un turista in vacanza. Il segreto sta nel VIVERE APPIENO questa fantastica opportunità.
La mia semplice giornata si muoveva sulle note di Kate Bush, Paul Krebs, Mc Calmans, Kim Larsen, Tv2, DR1, dal suono della sveglia di prima mattina, alla corsa sotto una fitta pioggerellina per prendere l'autobus, dai momenti di laboratorio a scuola, alle pause pranzo, dalla cena tutti assieme, alla condivisione in famiglia, dalle risate alle fatiche.
Dopo 11 mesi trascorsi all'estero lascio un pezzetto di cuore in Danimarca, nella spettacolare Købehavn (Copenaghen), nella famosa Odense, tra i due mari che si incontrano a Skagen, nell'illuminata Aarhus, ma soprattutto a Svenstrup, il minuscolo paesino dove ho abitato.
Sono rientrata in Italia con una grande voglia di raccontare le meraviglie viste, le esperienze vissute, le emozioni provate, le lacrime versate.
Salt Lakrids (liquirizia salata), rugbrød (pane nero danese!), leverpostej (paté di fegato, ottimo!), kartofler (patate) e øl (birra!), il tutto condito in un contesto di armonioso equilibrio tra tradizione e innovazione.
Alla stazione di Rødekro, a qualche chilometro dalla futura casa, mi hanno accolta con un sorriso, un abbraccio ed un cartello: "BENVENUTO CHIARA!".
Lo stesso rispettoso e generoso benvenuto l'ho ricevuto a Svenstrup dalla gente del paese, dalla mia contact person, dagli insegnanti della scuola, dai conoscenti della famiglia e dagli amici di Mette (la mia sorella ospitante).
Chi mai avrebbe potuto aspettarsi un accoglienza così "mediterranea" nel lontano Paese Scandinavo?! Spero di riuscire a sfatare il pregiudizio dei nordici freddi e chiusi!
Avete presente quando in prima elementare si entra in classe con un misto di paura e emozione?! Questo era esattamente il mio stato d'animo entrando al ginnasio, balbettando qualche misera parola danese, ho assistito alle lezioni di matematica: eccitante, eccetto il fatto di non aver capito nulla!
L'importante è non scoraggiarsi, dicono. Con l'aiuto della mia famiglia ospitante, della mia contact person, della mia insegnante di danese, dei miei compagni di classe e di molti altri dopo qualche mese cominciavo a chiacchierare qualcosa, seppur con un linguaggio telegrafico!
Amo la tranquillità nella conduzione della vita, la gioia nelle semplici cose e nei momenti di condivisione familiari, la disponibilità della gente, l'organizzazione della scuola, la spettacolarità dei paesaggi in primavera e in estate, il rispetto e il senso di responsabilità.
L'eccessiva sistematicità nel fare qualsiasi cosa, programmi, schemi, tabelle, sono quello che meno mi piace del mondo e della cultura danese. D'altra parte, però, devono pur avere anche loro un difetto!
A distanza di un anno dal mio ritorno, rivivo e conservo accuratamente alcuni eventi, a cominciare dal primo campo AFS e il primo impatto con molteplici culture riunite per vivere una simile esperienza in un mondo tutto nuovo; ricordo il primo viaggio in treno, la visita a København, la vigilia di Natale (Jul), il Capodanno (Nytår), l'uscita coi pattini con gli altri studenti stranieri, la settimana di scambio a Skibby, le emozioni provate sul palcoscenico del KongeligeTeater, la gita in Repubblica Ceca con la scuola, la GallaFest a scuola, gli incontri con AFS, le serate passate dalla mia contact person, la preparazione della pasta fatta in casa con il mio papà ospitante, le biciclettate verso la pace del mare, le feste... il tutto concluso con le lacrime del campo finale!
Alla fine di ogni pasto forchetta e coltello vanno poste assieme come se dovessero segnare le cinque di un orologio; è, inoltre, d'obbligo ringraziare per il cibo (Tak for mad!).
Tenere sempre occhi ed orecchie attente, mani disponibili e cuore aperto... oltre ad una gran dose di curiosità, voglia, interesse e determinazione!
di Cinzia Rosati (programma annuale Honduras 2006-2007)
Prima della partenza avevo sperato di non capitare mai in una fattoria per l'idea che l'avrei vissuta molto diversa dalla mia realtà cittadina. Invece la vita mi ha proprio proposto una sfida contro le mie abitudini. Mancava solo una settimana alla mia partenza quando mi è arrivata la notizia che la mia famiglia honduregna provvisoria viveva in una fattoria in mezzo alla campagna e a una ora di distanza dalla città principale.
La fattoria! Proprio la fattoria a me?!?!?!
Non immaginate che pianti ho fatto anche perché, pensando ad un paese del terzo mondo come è l'Honduras, ero già pessimisticamente portata a immaginare zanzare, ragni, gechi; ma poi anche anche all'odore di stalla e animali. Oddio! Poi, interculturalmente parlando, ho pensato che non potevo fare altro che accettare la realtà dando ragione ai volontari quando mi dicevano che ti può capitare veramente di tutto.
Quindi, cercando di tirare fuori tutta la mia elasticità, sono partita. Dopo tre giorni molto emozionanti di viaggio ho incontrato finalmente la mia famiglia ospitante. Ricordo ancora quel momento preciso: ero al centro commerciale di San Pedro Sula (seconda città dell'Honduras, a una ora dalla mia fattoria) con tutti gli altri ragazzi stranieri che come me stavano aspettando impazienti di intravedere nella massa di genitori la loro futura famiglia. Quando mi hanno detto: "Cinzia questa è la tua mamma".
Beh, mi si sono illuminati gli occhi a vedere questa signora "trighegna" (dallo spagnolo: di carnagione mulatta) con un sorriso molto dolce, un portamento elegante e due occhi brillanti ed espressivi! È venuto spontaneo un abbraccio lungo e pieno di affetto.
Dopo aver conosciuto suo marito (mio futuro papi Pamilo) siamo partiti con la macchina verso questa fatidico "rancho" (fattoria in spagnolo). Dopo un'ora di macchina nella quale abbiamo cercato di comunicare a gesti e da parte mia con quell'italiano-spagnolo ancora molto acerbo e difficoltoso, siamo finalmente arrivati. Mi viene ancora il battito al cuore a pensare a quel preciso momento... una emozione surreale che sentivo dentro di me. Era proprio quello il posto dove avrei trascorso la mia esperienza!
Dopo avermi mostrato la casa è arrivata sera. La mattina seguente mi sono svegliata presto, anche se ero stanca dal viaggio, perché sono stata baciata dai tiepidi raggi del sole mattutino che entravano dalla tendina rosa della mia nuova stanza e da un melodico canto degli uccellini che intravedevo nel giardino. Decisi quindi di alzarmi e di uscire ancora in pigiama a godermi quell'atmosfera per me molto nuova e affascinante.
In casa non c'era nessuno... la mamma era già partita alle 5 di mattina per andare a lavorare a scuola; la scuola che dai giorni successivi ho frequentato anch'io. Capite, quindi, che la mia sveglia mattutina era alle 4.30! Che levatacce!! Il papà e il fratello ospitante erano già nei campi dall'alba a lavorare e a mungere le mucche, e quindi decisi di sdraiarmi un po' sull'amaca. La natura era totalmente diversa da quella che ero solita vedere in Italia e l'aspetto che più mi ha colpita e che mi ha accompagnata in tutta la mia esperienza sono stati i suoni tipici della fattoria... anzi, del rancho el Cimarron: il fruscio del fiume che lambiva il giardino, le voci e le risate dei bimbi poveri che insieme alle madri andavano quotidianamente al fiume a lavare i vestiti, bimbi spesso malnutriti e con vestiti stracciati, bimbi che erano felici giocando con l'acqua e, se erano fortunati, con una palla. Di tanto in tanto sentivo il nitrito dei cavalli dalla scuderia e vedevo le mucche al pascolo con i loro Terneritos (=vitellini).
In pochi giorni ho stretto un rapporto meraviglioso e molto intenso con la mia famiglia soprattutto con "mi mami Pena". Gia dalla seconda settimana gli ho chiamati spontaneamente mamma e papà.
E una sera il mio papi ha detto a cena: "Un angioletto è venuto dall'Italia per farci compagnia... Cinthia, vuoi restare nella nostra famiglia per tutto l'anno?".
Io ero contentissima... e spontaneamente ho risposto di si! Così questa fattoria che mi spaventava moltissimo all'inizio è diventata la mia casa e adesso se penso al mio anno all'estero non posso pensarlo che in una fattoria... anzi, in quella fattoria!!
Mai avrei pensato che la vita potesse darmi una opportunità così significativa per la mia crescita. Esperienza anche molto impegnativa che però resterà per sempre nel mio cuore e nel mio sorriso.
di Erica Bruschetti (programma annuale Malaysia 2009-2010)
La Malaysia è un Paese molto diverso da quello che noi italiani ci immaginiamo, ed essere una delle prime italiane a fare l'anno all'estero qui è stata per me un'avventura piena di esperienze.
Varietà è la parola che userei. Qui infatti convivono 3 etnie differenti, fra i malesi nativi, i cinesi e gli indiani (emigrati generazioni fa), con tutte le loro lingue, squisite pietanze e religioni.
Durante l'anno si susseguono le varie festività e quindi si può assistere al capodanno cinese, alla fine del ramadam, fino alle processioni induiste.
Poi la differenza fra villaggio, città e la famosa capitale Kuala Lumpur è abissale, e alle aree urbane si alternano le giungle, fino alle piantagioni e alle coste.
Ovviamente scegliere un Pese come questo ha le sue difficoltà. Infatti non è stato sempre facile confrontarsi con la mentalità asiatica, anzi adattarsi all'inizio è stato molto duro. Quando ho iniziato a viaggiare, invece, è stato stupendo. Sono riuscita anche ad attraversare in aereo il mare e raggiungere la malaysia del borneo, dove non è difficile scorgere i volti più tradizionali di questo Paese che ormai nella capitale cosmopolita mescola le sue facce con i numerosi stranieri.
Le emozioni più grandi le ho vissute a fianco alle famiglie povere nelle piantagioni di gomma, nel vedere le tartarughine marine sulle spiaggie delle isole tropicali, visitando la riserva degli orangutan in Sabah, vedendo il bagliore delle Petronas Towers nelle notti a Kuala Lumpur.
La mia cara famiglia ospitante mi ha cresciuto e insegnato i buoni usi asiatici, e [mi ha insegnato] come la religione mussulmana possa essere compresa e vista come una realtà pacifica.
Per affrontare la Malaysia bisogna essere sicuri e decisi. Non è niente di quello che si ci possa aspettare, [soprattutto] dopo tutte le leggende italiane sulle tigri di Sandokan, ma la sorpresa non mi ha affatto delusa.